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L’adozione dei principi matematici nel progetto di design non è un fatto nuovo. Tra gli anni ’50 e ’60 tutta la didattica della Hochschule fur Gestaltung di Ulm si strutturava proprio sui principi della progettazione cosiddetta “razionale”. La chiusura di quell’istituto, che pure ha informato un’intera generazione del design, ha determinato l’indebolimento di quelle teorie, con infruttuosi strascichi rintracciabili, al massimo, in qualche falange della didattica universitaria.
Ai giorni nostri non possiamo certo parlare della persistenza di quegli approcci nell’attività dei designer contemporanei, ma l’uso degli algoritmi si è spostato dal piano metodologico, cioè strutturale, a quello operativo. Gli aspetti più nuovi son o due: da un lato, è la ricerca formale a giovarsene in modo precipuo; dall’altro, l’utilizzo dei modelli di composizione matematica coincide con le risorse dell’informatica.
Gli schemi numerici appaiono con più evidenza nelle categorie di oggetti in cui la componente formale è preminente sugli altri aspetti. Anzi, l’algoritmo delinea una nuova filosofia della decorazione. Modularità, variazione, combinazione e frattalità sono i principi della nuova figurazione digitale. Dalle ricerche messe in atto da MGX Materialise alle simulazioni di Chris Bosse, il modello numerico esce in tutta la sua prepotenza espressiva. I principi sono sostanzialmente quelli messi a fuoco, ad esempio, da Victor Vasarely oltre quarant’anni fa in chiave intuitiva, ma oggi hanno una codificazione molto più scientifica.
In questo modo, i designer che hanno abbandonato il filone funzionalista agiscono o sul versante delle forme fluide e improvvise, prive di ogni regola; oppure lungo la ripetizione e lo sviluppo di un elemento geometrico di partenza.
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