La sua prima pittura aveva caratteristiche figurative che nel tempo assunsero un carattere postcubista, per poi dissolversi completamente agli inizi del ’50. E’ proprio questa
genesi e transizione, che rispecchia i suoi dissidi interiori e riflessioni, sociali e di uomo, che è di solito considerata
la parte più affascinante del lavoro di Scanavino. Quegli anni corrispondono alle esperienze più diverse per l’artista genovese: dal matrimonio ai viaggi a Parigi, dove incontrò poeti e artisti del calibro di Eduard Jaguer, Camille Bryen e Wols, al primo figlio e all’esposizione alla XXV Biennale di Venezia. Poi venne il viaggio a Londra, la mostra personale all’Apollinaire Gallery e gli incontri con Francis Bacon, Sarah Jackson, Philip Martin, Eduardo Paolozzi, Graham Sutherland.
Ad occuparsi del suo lavoro, parte del quale era realizzato nel suo studio-mansarda di Foro Bonaparte a Milano, furono i galleristi
Guido Le Noci, Arturo Schwarz, il critico Guido Ballo, il collezionista Franco Castelli, direttore de "L'uomo e l'Arte", Gianni Malabarba e Carlo e Renato Cardazzo. Espose nuovamente alla XXVII Biennale di Venezia, ricevette il Premio Lissone, seguito da molti altri riconoscimenti.
Il nodo diventò la sua firma, riconoscibile, perfettamente delineato e
spesso materializzato in forme inquietanti e minacciose, in colori cupi o rosso sangue, a rappresentare uno strappo ricucito, un filo spinato invalicabile o una ferita insanabile: la realtà multiforme, la vita.
C.C.