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La bionica nasce come strategia di simulazione della natura allo scopo di produrre innovazione tecnologica. Si occupa non tanto della forma delle parti, quanto piuttosto di comprendere l’interrelazione tra i sistemi, scava la superficie degli oggetti naturali per capire la forma attraverso la struttura interna. L’organismo naturale è assunto come modello tecnico da imitare.
Il limite della bionica classica è l’imitazione della natura come modello essenzialmente statico, cosicché i riferimenti progettuali spaziano tra modelli organici e inorganici: dalla struttura dei cristalli alle ali della libellula, dalla geometria delle bolle di sapone agli alveari delle api. Una interpretazione meccanicista di processi biologici è sottesa dunque all’approccio della bionica, rispecchiando d’altronde il fondamentale determinismo della biologia moderna.
Oggi assistiamo da un lato a un enorme sviluppo delle biotecnologie che stanno spingendo la ricerca verso una “ingegnerizzazione” della vita, dall’altro a un’ingegneria dell’artificiale che progetta sistemi sempre più vicini alle caratteristiche del mondo biologico.
[Carla Langella, Hybrid design. Progettare tra tecnologia e natura, Franco Angeli, Milano 2007, pagg. 15-16]
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