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Aveva rivoluzionati i tempi della sartoria. Tuttavia, se c’è un elettrodomestico – chiamiamolo così - che i mutamenti sociali hanno avviato al tramonto, quello è sicuramente la macchina da cucire. L’emancipazione della donna e il plusvalore attribuito al capo d’abbigliamento dalla lavorazione industriale hanno messo in ombra l’abito realizzato artigianalmente dalla sarta di fiducia o in casa. L’uso della macchina da cucire è oggi una pratica specialistica, per le poche sartine rimaste sul mercato o per i professionisti del settore.
Eppure quell’apparecchio contiene delle risorse che il cambiamento tecnologico stenta a manifestare. Innanzitutto anche la macchina da cucire è entrata da qualche tempo nella fase digitale. Offre delle lavorazioni preconfezionate ed è capace di una programmazione attiva da parte dell’utente, ovviamente sulla base della sua complessità. Questo aspetto non solo facilità l’uso di chi, per ragioni professionali, la usa tutti i giorni. Esso può sollecitare il suo acquisto anche da parte di utenti più occasionali ma comunque predisposti a creare abiti e ricami per divertimento o per liberare un vero e proprio talento nascosto.
Come l’organo elettronico, a partire dagli anni ’70, ha facilitato il rapporto tra la persona e la musica e come, in tempi più recenti, i programmi di videografica ha prodotto numerosi visual designer improvvisati, così la macchina da cucire digitale estende la possibilità di diventare micro-stilisti. Nella civiltà dell’immagine globalizzata e omologata, la lavorazione autarchica può fare la differenza. In tempo più o meno reale, grazie anche alla ricchezza di riferimenti figurativi di cui la nostra civiltà è ricca.
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